Già tre anni.

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La sveglia, la trasferta con i Malati, il viaggio in auto al mattino presto, le soste in Autogrill, le foto, i caffè, i lieviti romani, c’era pure una mostra di Rodin, ma figuriamoci, mai visitata. E poi l’oleografia romana più tradizionale, Colosseo, Cupolone e Cacio e pepe Felice ar Testaccio, colorata dell’azzurro delle nostre sciarpe. L’ansia della e per la partita, l’urgenza di vedere in campo i nostri, la vittoria, la coppa in alto.

Nel mezzo, la morte annunciata e imminente per Ciro che oggi non c’è più, Ciro figlio di madre dignitosa e leonina, di città meravigliosa e maledetta, Ciro che adesso riposa e che oggi si vede il Napoli dal drone del Paradiso. Ciro ammazzato dallo sparo infame di un maledetto infame, schifosamente coperto da tanta parte di quella città “cagna in mezzo ai maiali”, oscenamente supportato da una curva che ha offeso donna Antonella e coccolato Gastone.

E poi quella ribalta per Genny, il Malaussène che fa tanto Gomorra, col soprannome a effetto, non uno stinco di santo, per carità, ma garante per una sera della sicurezza, della legalità, della regolarità, surrogato e succedaneo di uno stato ridicolmente in ginocchio. Quanto pesava l’assenza ributtante delle istituzioni che avrebbero dovuto tutelare il mio diritto alla gioia incolume, e che si lasciarono umiliare dal loro antipodo.

E tuttavia, tre anni fa, con il cuore a tremila e, non mi metto scuorno, tanta paura di non uscirne vivo, tre anni fa ho tifato come avrebbe fatto Ciro e come forse Ciro, immagino, avrebbe desiderato che facessi, sciogliendomi in un pianto dirotto e liberatorio, al primo, al secondo, al terzo gol, al trofeo sollevato in aria dal mio Capitano esposto, vilipeso, umiliato nel marasma di due ore prima, costretto a trattare pubblicamente lo svolgimento della partita.

Quella coppa fu ed è ancora mia.

Mia perché andai a vedere i miei ragazzi con i miei amici, investendo Amore.

Mia perché, e lo rivendico oggi con orgoglio, non con insensibilità, non mi feci dettare l’agenda delle mie emozioni da nessuno, nessuno che dovesse intimarmi se urlare o se star zitto.

Mia perché allo schifo fui in grado, oggi ne sono certo, di rispondere con la Bellezza. Quella che sono certo di avere dentro, esondante, e che mi rese e mi rende in grado di essere il Custode Unico delle mie passioni. Mie e di quelli che condivisero e condividono il mio identico sentire.

Enrico Ariemma

Enrico Ariemma Docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Salerno. Uomo di inverni miti e di estati di passione, malato di Napoli e di filologia, in quale ordine non saprebbe dire. Chirurgo di testi per vocazione antica e per impegno accademico, prova con francescana ostinazione a educare alla Bellezza, dinanzi ai cui inattesi impercettibili cristalli si stupisce e si commuove. Per questo detesta con pervicace ostinazione il brutto, il crasso, il banale, il volgare. Stanziale da quarant’anni al San Paolo, legge, scrive, insegna, cavalca una moto, inforca gli sci, va per mare, vagabonda per mostre, viaggia per le leghe del pensiero e per le strade del mondo. Ama.