La propaganda e i dogmi

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Adesso che anche l’ultimo obiettivo stagionale è svanito e le gare di campionato serviranno soltanto a fare un po’ di esperimenti per il prossimo anno, si può tracciare un primo bilancio di questo inizio di era ancelottiana. Rispetto ai proclami di Dimaro (“l’obiettivo è lo scudetto”) dispensato davanti alle folle adoranti, la realtà si è dimostrata molto più dura e amara. Questo eccesso di ottimismo ricorda la famosa del premier Conte (“sarà un anno bellissimo”).

Così come il governo si è dovuto scontrare con i fatti e la decrescita, anche alla strana coppia De Laurentiis-Ancelotti è toccato in sorte lo stesso destino. Liquidato troppo in fretta e con fastidio il meraviglioso triennio sarriano, si è lavorato fin dal primo giorno per costruire una squadra diversa da quella degli scorsi anni, con cambio di modulo e rinuncia al regista. Il risultato è stato più che deludente: distanza siderale dalla Juventus in campionato, squadra senza gioco né anima ed eliminazione prematura da tutte le coppe.

Non ci sarebbe da drammatizzare se solo la narrazione prevalente non avesse gonfiato le aspettative della gente. Il refrain da agosto era sempre lo stesso: non è più come lo scorso anno, adesso giocano tutti e siamo concentrati su ogni competizione. Non basta ripetere  fino alla noia una fake news perché possa diventare la verità. I famigerati campioni trascurati da Sarri non si sono rivelati all’altezza di una squadra di vertice (per di più a gennaio si è ridotto il centrocampo all’osso con la dolorosa cessione di Hamsik e quella inevitabile dell’”incompreso” Rog) e nessun obiettivo è stato raggiunto. Anzi, non si è andati nemmeno vicini al traguardo. La doppia sfida contro l’Arsenal è stata impietosa: il Napoli non ha mai impensierito la squadra inglese che ha ridotto la gara di ritorno a una pura formalità.

Perciò, ora che la realtà presenta il conto salato, non resta che un fiume di retorica, mesi di propaganda e zero titoli. L’ingaggio di Ancelotti aveva aperto delle prospettive nuove ma è evidente che, senza un mercato importante, nemmeno il più bravo degli allenatori può fare i miracoli. La colpa del tecnico emiliano è stata quella di aver avallato ogni singola scelta societaria e, poi, da Liverpool in avanti, di aver perso la bussola e mortificato alcuni dei pilastri della squadra (vedi Insigne e Mertens).

Si accusava Sarri di essere integralista (“non cambia mai modulo”, senza considerare che il 4-3-3 era cucito su misura per una squadra senza top player che doveva sopperire con l’organizzazione di gioco al tasso tecnico non elevato dei singoli) quando Ancelotti si è rivelato il più intransigente degli intransigenti ingabbiando la squadra in uno schema immutabile – il 4-4-2 – nel quale i calciatori non si sono mai sentiti a proprio agio.

Tutte considerazioni che vengono viste con fastidio da quella parte di tifoseria che vive di dogmi (“chi critica non è tifoso” che è la bestialità dell’anno!). L’analisi, invece, serve a crescere, a capire i punti in cui si deve migliorare, a selezionare i giocatori che possono vestire la maglia azzurra e quelli che vanno ceduti a squadre adeguate al loro livello.

È vero che molto spesso il tifo è come una religione, si alimenta di un granitico monoteismo che rinnega le altre divinità per adorare solo le proprie. Ma è innegabile che, senza un minimo di ragione e il supporto della logica, un tifo così concepito diventa esercizio puerile e si trasforma in credulità popolare.

A Napoli, mai come ora, occorre una svolta oppure un momento di chiarezza: tanto con la propaganda non si riesce a riempire nemmeno lo stadio e i numeri impietosi sulle presenze allo stadio testimoniano – più dei cori degli ultras – lo scollamento evidente tra la società e una parte della tifoseria.

De Laurentiis è in grado di investire quanto necessario per garantire a un tecnico plurititolato una squadra competitiva? Ancelotti, dal canto suo, uscirà dalla mentalità aziendalista? Farà pressioni sulla società per ottenere i calciatori di cui ha bisogno? Quello che succederà in estate non è decifrabile al momento. Certo, la trasparenza è indispensabile come lo era già quest’anno. Sarebbe bastato un annuncio molto semplice: sarà una stagione di transizione. Ce ne saremmo fatti una ragione e, ora, l’impatto con la realtà sarebbe meno dirompente.

Gianluca Spera

Gianluca Spera, classe 1978. Di professione avvocato da cui trae infinita ispirazione. Scrittore per vocazione e istinto di conservazione. I suoi racconti “Nella tana del topo” e “L’ultima notte dell’anno” sono stati premiati nell’ambito del concorso “Arianna Ziccardi”. Il racconto “Nel ventre del potere” è stato pubblicato all’interno dell’antologia noir “Rosso perfetto-nero perfetto” (edita da Ippiter Edizioni). Autore del romanzo "Delitto di una notte di mezza estate" (Ad est dell'equatore)" Napoletano per affinità, elezione e adozione. Crede che le parole siano l’ultimo baluardo a difesa della libertà e dei diritti. «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare», insegnava Sciascia. E’ giunta l’ora di recuperare linguaggio e ingegno. Prima di cadere nel fondo del pozzo dove non c’è più la verità ma solo la definitiva sottomissione alla tirannia della frivolezza.